Paestum Wine Fest, triduo dionisiaco tra business e libazioni

Nel “Next”, in località Cafasso, di Paestum contenitore e catalizzatore di collaborazioni, momenti di confronto, idee di futuro vitivinicolo, Angelo Zarra e neo-direttore artistico Alessandro Rossi hanno ospitato il parterre d’operatori e produttori, esperti, enopinionisti, enologi, enoloquaci, enovori ed eno-star, talks settoriali, masterclass e degustazioni guidate, distributori e importatori, e patrocini e partnerships rimarchevoli con l’adagio, forse ormai già vieto, del “fare business”. Impressions e approfondimento con il sommelier Gabriele Rizzo

                                                                               

Il polo pestano, già ordigno d’una certa crescita meglio sbozzare i cui attributi (dal cultural-turistico, all’economico) ci è grato lasciare a commentatori più attenti o intenti, nonché rinnovellato d’interessi nazionali ed internazionali cui il non remoto aeroporto illustrato dai recenti proclama non potrà che ulteriormente giovare, coglie la palma (il viticcio) e la lusinga di confermarsi ricettacolo d’eventi primordinari come nel segno bacchico ribadito nel triduo (23-25 marzo) di λειτουργία enoica della XIII edizione del Paestum Wine Fest. Il laosetimologico è qui, ovviamente, il folto dell’accorsa partecipazione per i suoi finesettimanali “brindis replicati”; ma è, per estensione, altresì sia quello cui occorre con rinnovato segno comunicare (leggasi: vendere) — il consumatore in continuo divenire modale (modaiolo?) e generazionale, con-causa e con-soluzione di una certa crisi del settore — sia quello della formazione, dell’impresa, della masterclass per diversi speakers e argomenti snocciolatasi copiosa nei bei padiglioni adiacenti la zona verde accanto al capannone dell’esposizione — quella destinata al diletto più imo librante una graziosa appendice da sagra più che da Sacre du printemps, forse ossimorica ma non inutile. Location l’ex Tabacchificio Saim, ora “Next”, in località Cafasso, recuperato dal Comune di Capaccio Paestum per adibirlo allo svolgimento di eventi — questo di cui al titolo auspicato a contenitore e catalizzatore di collaborazioni, momenti di confronto, idee di futuro vitivinicolo, come chiosato dall’ideatore Angelo Zarra e dal neo-direttore artistico Alessandro Rossi. Altrettanto folto e per auto-attribuzione blasonato il parterre d’operatori e produttori, esperti, enopinionisti, enologi, enoloquaci, enovori ed eno-star, talks settoriali, masterclass e degustazioni guidate, distributori e importatori, e patrocini e partnerships rimarchevoli (Ministeri di turismo e agricoltura, Regione Campania, Provincia di Salerno, Vinoway, Decanto, Spirito Autoctono Media, Bartender Academy, Milano Wine Week et alia vinalia) — e l’adagio, forse ormai già vieto, del “fare business”, ma con estrinsecazioni esposte nei momenti di comunicazione aggiornati in format e contenuti con partecipazioni dei suddetti ambasciatori autorevoli e divulgatori scientifici. Nell’ebbrezza di questa sovraestesa didascalicità che con buon vino dà a sorseggiare imprenditorialità (o la percezione di essa) fortunatamente con un occhio strizzato al Meridione, punto incontrovertibilmente focale resta comunque la produzione, nei suoi binomi territorio e ospitalità, coltivazione e promozione, tradizione e innovazione, come discussi con alcuni espositori che conoscenza e/o arbitrio ci hanno fatto col calice attingere al grande e gremito κρατήρ del capannone centrale. Il territorio, i territori, negli approfondimenti di alcune masterclass e nelle rappresentanze da tutt’Italia (e qualche straniero), quantunque quest’ultime disposte orfane d’un percorso nettamente indicato per suddivisione regionale, tale da aggiungere la vertigine, il capogiro della lista a quello della plurima degustazione con fulmineo rimpallo dialogico con gli spokesperson; l’ospitalità negli accenti posti sull’enogastronomia lato sensu e sul sempre più verde racemo dell’enoturismo, anche qui come confermato dagli intervistati a bordo stand, nel quasi disperato argine alla bacchica fiumana del saturdì vespro salerno-cilentano. Coltivazione (e produzione) moltiplicata in varietà, terreni e terroirs, stagionalità, tecniche, archeo-ampelografie aneddotiche o scientifiche, gli entusiasmi navigati o ammirati, le storie personali, familiari, consorziali compartimentalizzate in altrettanti dialoghi diurni e pomeridiani — cifra maggiore dell’evento; promozione nell’abito forse più borghese delle aspettative cui farsi incontro, della comunicazione da coniugarsi orecchiabilmente (catchy), della percezione di trovarsi a lavoro o al star facendo rete o a lezione da lasciar trasparire tra brindisi e autoscatti a uso di un pubblico che sempre più si spera dai 35 a scendere — per l’aura cool o per l’auspicio a bevitori del futuro. Di simil segno tradizione e innovazione, ma grato l’accenno al biologico che pure è trasparso, e interessanti le novità sugli spiriti e l’incursione della tequila. Su tutto e tutti, la gaia, magari vorticosa, “enorragia” la quale, comunque imponendo loro un certo investimento economico e/o in bottiglie, suo malgrado seleziona le cantine e le pone in un ordine ove primeggia San Salvatore 1988, con uno space quasi-appartamento da esposizione nella esposizione, e il Consorzio Vini Salerno dove forse regna l’atmosfera più amicale del giocare in casa. Nel resto del gremito salone, oltre 500 cantine (per altri 800, discordando le fonti ufficiali e ufficiose circa il numero effettivo), 4000 etichette in degustazione, una marciante coorte di sommelier e personale — essenziale cinghia di trasmissione tra il settore vinicolo e le nuove generazioni di consumo. Un massiccio impatto mediatico stimato sui 7milioni di utenti social raggiunti e diverse migliaia di presenze fisiche. Quanto di questa cabala da comunicati stampa avrà la lusinga di tradursi in effettivi ritorni per le piccole aziende presenti a gomito con le grandi non è dato se non ad altre aruspicine sapere o vagheggiare; ma, per restare in metafora, le viscere in cui si divina sono quelle di un comparto che riconosce, rappresenta, e agisce sé stesso, e con una veste d’innegabile successo e gradevolezza — col sottotesto alle lectiones che si è venduto anch’esso bene nel baccano chic dell’evento fuori porta.
Sullo sfondo (o sul proscenio, a dir degli organizzatori), la ristrutturazione di un messaggio eccessivamente atomizzato, polverizzato tanto quante le medie, piccole e piccolissime altre manifestazioni enoiche ed enologiche — e la necessità di una coerenza narrativa che faccia cartello in favore appunto delle realtà produttive nunzie del tanto decantato made in Italy (e dell’altrimenti vilipesa dignità salariale di chi ci lavora, desideriamo aggiungere) ma che poco sovente si sentono spalleggiate dalle autorità di bacino e nazionali, e che talaltra volta solo tangenzialmente si vedono coinvolte in dinamiche di sviluppo plurali ed eque. Significativi, in tal senso, alcuni dei convegni: “Vino e mercati, la percezione del Sud” (piaccia rammentare anzitutto questo, per la moderazione e conduzione di Luciano Pignataro); “Analisi commerciale del comparto vino italiano nel mondo”; “Il futuro enologico: innovazioni e prospettive che rivoluzioneranno il comparto vino”; “Le nuove frontiere della comunicazione del mondo vino”; “L’importanza degli eventi vino in ottica di marketing e comunicazione settoriale”…

L’aggiornamento alle tendenze fortunatamente non sembra aver posto in oblio la zolla della vite e la fatica del viticoltore. Come già chiosato, le tangibili ricadute di tanta illustre ed illustrata mescita di vino e parole sono di là da apprezzarsi — e non è vezzo nostro porle in dubbio né nelle ispirazioni né nelle attuazioni; nel frattempo si è libato lietamente nel nappo magnogreco, e con la persuasione auspicabilmente non malriposta d’esser stati coprotagonisti, se non della Storia, di una buona annata: d’una mondanità fermentante inglesismi e glamourizzante l’agricoltura (e un po’ altrimenti dimentica del cambiamento climatico), ma non fine a sé stessa e magari capace riportare al centro il lavoro dei tanti e trasversali operatori del settore. Ne abbiamo raggiunto uno, Gabriele Rizzo, per qualche sollecitazione a fine evento.

Quali sono stati i tuoi ruoli nominale ed effettivo al Paestum Wine Fest? E quale vorresti fossero in futuro, dovesse prospettarsi una continuata collaborazione?
Il ruolo nominale è stato quello in segreteria organizzativa, coordinando cantine, consorzi e sponsors presenti dal punto di vista amministrativo, logistico e informativo; in effetti il ruolo si è esteso a supporto al resto della numerosa squadra con la quale vicendevolmente aiutarsi. Mi farebbe piacere continuare ad affinare questo ruolo.

Come si coniugano insieme le anime “business”, divulgativa, ed “eno-ludica” dell’evento? O costituiscono sezioni giustapposte con fini eterogenei? Proprio nelle diverse anime si rintraccerebbe la carta vincente: approfondimento scientifico per chi lo desiderasse, fashion-Bacchanalian per chi lo anelasse; senza il rischio di deludere i primi o guardare con spocchia ai secondi.
Effettivamente, sulla carta, l’area business e ludica sono separate; ma la vicendevole scoperta di nuovi prodotti, realtà, e clientela nel vino si lega sempre a momenti di gioia e condivisione. L’evento si declina per prima vocazione come business to business, come dimostrato dall’accesso privilegiato ai ristoratori, affinché le cantine siano più in contatto con il mondo horeca. È giusto trovare modi di ripagare l’investimento degli espositori.

Si è detto che i sommelier sono cinghia di trasmissione tra produzione, comunicazione, e consumo — e tutte con una ritrovata e insistita scientificità; cosa puoi aggiungere in merito, da esperto operatore del settore?
I sommelier sono anzi un motore importantissimo. Il cambio generazionale e dunque di linguaggio ha però recentemente imposto loro una nuova comunicazione del vino: meno aneddotica (o frottole) e più attenzione, ma al contempo meno retorica e più leggerezza. Il comunicare al tavolo, in poche battute, le emozioni di un vino che si sa solleciti l’interesse del cliente non può prescindere dall’aiuto al ristoratore a fare al contempo ruotare la carta dei vini senza fossilizzarsi sulle solite grandi etichette. Ma anche l’enologia deve fare il suo salto generazionale; molte cantine sono sì state tramandate di padre in figlio, ma i comunicatori storici di vino restano “gli stessi” dei nonni: vetusti ed austeri, avvolti da un manto di sacralità che oggi è divisivo e non ha più fascino. Si veda la rinascita del gin: comunicazione giovane, non stereotipata, in linea con le nuove produzioni.

Dunque più “esoterismo” o più “democratizzazione” del dialogo enoico? Oppure è una falsa dicotomia? Quali le prospettive in merito?
Sebbene il discorso circa questa dicotomia appartenga più ai massimi sistemi, dalla base della piramide dico che è il momento di democratizzare, pena scadere dall’esoterismo all’elitarismo di una ristretta schiera di bevitori; laddove invece il vino è convivialità. Come sopra, il mio augurio dello stare insieme è dunque si parli con più accessibilità, invertendo il paradigma e partendo non da una casta ma dall’agricoltura e da chi l’attua con cura nella sua storia, nella sua tradizione, e nel suo territorio — va comunicato anzitutto ciò.

Quale pensiero circa le positività e le negatività degli eventi del vino? Quali ricadute a breve, medio e lungo termine per le cantine espositrici?
La positività è sicuramente nell’aiuto connettivo e multifocale a tutto il comparto, non solo alla cantina. Pensiamo alla rete di servizi che si è mossa lungo i cinque giorni contenenti i tre di evento vero e proprio: trasporti, hotel, ristoranti, bar… insomma l’indotto economico di una zona (a prescindere dalla sua collocazione) con cui rapportarsi davvero e non solo nominalmente. Le negatività, anch’esse generali, sono rintracciabili nei rincari che ci sono stati e che pesano su tutta la filiera; oppure i cambiamenti climatici: diverse le defezioni da alcune cantine per un ridotto quantitativo di vino (fino a un 60% in meno, in alcuni casi) che limita nella capacità di partecipare. Lungi da noi “addossare” ai soli espositori il cogliere i frutti della partecipazione, ma sta innegabilmente alla cantina giocarsi le sue carte anche nel marketing che le vetrine importanti offrono: come porsi, come comunicare, come approcciare l’acquirente: i cambiamenti di paradigma interessano sempre più non solo i sommelier o i massimi sistemi del mondo del vino ma anche le capacità multi-gestionali di chi deve vender(s)i, e rinuncia al diritto di lamentarsi degli eventi se “stagna” per sua responsabilità. Le ricadute positive marciano sul tenere il passo.

Si è per voi vociferato di una “Vinitaly del Sud”... lasciamo la definizione al pettegolezzo o si può argomentare in merito?
Si vocifera da anni e per diversi eventi. Dovessero mai strutturare un grande polo automobilistico al Sud, chi ha senno non dirà essere nata una nuova Ferrari ma appunto un nuovo polo automobilistico. Vanno riconosciuti al Vinitaly primazia e merito; noi stiamo cercando di alzare il livello degli eventi del Centro-sud, quest’anno invitando anche esponenti internazionali, penso a Robert Camuto (pluripremiato e apprezzato eno-giornalista per “Wine Spectator” - N.d.R.), Ross Close (fondatore di “Battle of the Wines”, eno-competizione con un occhio al digital e al supporto video - N.d.R.), o alla cantina sudafricana Alvi’s Drift… insomma il tentativo è di internazionalizzare e non legarci unidirezionalmente al territorio. Ed è anche in quest’ottica che si preferisca parlare del nostro evento in quanto tale senza porlo in subordine di copia o di filiazione o di paragone ad altri.

Qual è stato il miglior assaggio di quest’anno?
La risposta non può che essere soggettiva ed emozionale… Non posso non avere il cuore legato ad alcune cantine, e, pur immerso nei tanti impegni di questi giorni, ho ri-assaggiato con piacere la Barbera riserva di “I Carpini” di Paolo Ghislandi, zona dei colli tortonesi: un vino emozionante e di grande complessità e struttura.
Rispondendo a una sollecitazione dell’articolo circa i territori, e la separazione per regioni all’evento, è stata volontà dell’organizzazione appunto non farla. Come da Vinitaly, si sa benissimo che Veneto, Toscana e Piemonte sono sempre stracolme; da qui, la preferenza nel creare “disordine” geografico: mi fermo da Tommasi perché adoro il Veneto, ma accanto c’è Casa Setaro, con vini altrettanto eccellenti… e le possibilità che sia il “mero” amante di vino che il ristoratore si fermino aumentano.