Il nostro monitoraggio permanente tra i corridoi di Palazzo di Città accende oggi i riflettori su una delle deleghe più delicate e, al contempo, umanamente cariche dell'intera macchina amministrativa. Incontriamo Paola De Roberto, Assessore uscente alle Politiche Sociali, una figura che ha scelto di abitare il confine sottile tra il rigore istituzionale e l'ascolto profondo delle fragilità urbane. Entrata in Giunta con un bagaglio solido maturato nel terzo settore, la de Roberto rappresenta quel volto dell'amministrazione che rifugge i nastri tagliati a favore del lavoro di scavo, spesso invisibile, nelle pieghe del disagio sociale. In questa nuova tappa de "Il Termometro dell’Aula", l'assessore ci accompagna oltre la soglia del suo ufficio, raccontando una Salerno vista non dalle planimetrie dei grandi cantieri, ma attraverso gli occhi di chi fatica a tenere il passo. Tra la rivendicazione di un metodo basato sull'equità e l'ammissione di quanto sia complesso "fare rete" in un’epoca di emergenze continue, emerge il ritratto di un’amministratrice che considera la politica non come un esercizio di potere, ma come una forma di educazione civica applicata al bene comune.

Per rompere il ghiaccio: caffè al volo al Corso o passeggiata lenta sul Lungomare? Qual è il rito salernitano a cui non rinuncerebbe mai, nemmeno nel pieno della campagna elettorale?
Se devo essere sincera, il cuore mi porta sempre verso una passeggiata lenta sul Lungomare. È lì che Salerno si racconta davvero, senza filtri: nei volti, nei silenzi, nelle persone che si incontrano. Il caffè al Corso è un rito veloce, necessario nelle giornate piene, ma il Lungomare è un momento di ascolto. Ecco, se c’è qualcosa a cui non rinuncio mai, nemmeno in campagna elettorale, è proprio questo: fermarmi ad ascoltare la città, anche solo camminando.
Tutti abbiamo iniziato da qualche parte: si ricorda il momento esatto in cui, camminando per Salerno, ha pensato per la prima volta “voglio candidarmi per cambiare questa cosa”?
Più che un momento preciso è stato un percorso naturale, quasi inevitabile. Il mio impegno nel sociale nasce da lontano, è sempre stato parte della mia vita, prima ancora che del mio ruolo pubblico. Ho operato per anni in questo settore, a contatto diretto con le persone, con le fragilità ma anche con le straordinarie risorse umane che la nostra comunità esprime.
Quella sensibilità non l’ho costruita da sola: l’ho respirata in famiglia, dove il concetto di bene comune non era un principio astratto, ma un valore concreto, quotidiano, fatto di attenzione agli altri, di rispetto e di responsabilità.
A un certo punto ho sentito che quell’impegno, già così radicato, poteva e doveva tradursi in un’azione amministrativa. Non per cambiare strada, ma per darle più forza, più strumenti. La candidatura è stata inizialmente dovuta ad un incontro casuale; successivamente è stata una scelta coerente con ciò che sono sempre stata: una persona che crede profondamente che il bene di ciascuno passi inevitabilmente dal bene di tutti.
C’è una decisione o un progetto avviato nel suo assessorato che è ancora 'a metà' e che teme possa essere stravolto o abbandonato se non ci fosse lei a portarlo avanti? Perché la sua presenza è la garanzia che quel lavoro finisca bene?
Ci sono progetti che non sono semplicemente “opere”, ma percorsi umani. Penso in particolare ai programmi di inclusione per le persone e le famiglie più fragili e ai servizi di prossimità nei quartieri. Sono interventi delicati, che richiedono continuità, fiducia e presenza costante. Il rischio, quando si interrompe questa continuità, è perdere il rapporto costruito con le persone. Allo stesso tempo, ho piena consapevolezza che nessuno è indispensabile. Le istituzioni devono essere più forti delle singole persone. Proprio per questo ho sempre lavorato affinché i progetti nascessero e crescessero con il contributo della comunità, perché solo così possono durare nel tempo. In questa direzione si inseriscono i percorsi che stanno portando alla creazione di hub socio-culturali e punti di comunità: luoghi intergenerazionali, inclusivi, pensati per favorire relazioni, opportunità e partecipazione. Spazi in cui i giovani possano trovare ascolto, strumenti e prospettive, diventando parte attiva del cambiamento. La mia presenza non è una garanzia in senso personale, ma rappresenta un metodo: attenzione quotidiana, ascolto autentico e capacità di costruire insieme. È questo che può assicurare continuità e qualità ai progetti, ben oltre le singole figure che li avviano.
Fare l'assessore significa anche saper dire di no. Mi racconti di una volta in cui ha dovuto negare qualcosa a un gruppo di interesse o a un singolo cittadino per tutelare il bene comune di Salerno. Lo rifarebbe?
Dire di no è una delle responsabilità più difficili, ma anche più necessarie. Ricordo richieste legittime sul piano individuale, ma che avrebbero creato disparità rispetto ad altri cittadini in condizioni analoghe. In quei casi bisogna avere il coraggio di spiegare, con rispetto ma con fermezza, che l’equità viene prima della singola esigenza. Ho imparato che le persone, quando ricevono ascolto vero, attenzione e parità di trattamento, anche se inizialmente deluse, finiscono per comprendere e, spesso, per apprezzare. Perché percepiscono che non c’è arbitrarietà, ma un principio. La politica, in questo senso, è anche una forma di educazione civica: un esercizio quotidiano al rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri di tutti. Sì, lo rifarei. Perché amministrare significa prendersi cura della comunità nel suo insieme, con equilibrio e responsabilità, ma anche perché non saprei fare diversamente.
Qual è la cosa più importante che ha imparato su Salerno stando 'dietro la scrivania' del Comune che da semplice cittadino o consigliere non aveva mai percepito? In che modo questa consapevolezza la rende un amministratore migliore oggi rispetto a 4 anni fa?
Stare dietro una scrivania cambia completamente la prospettiva. Si comprende quanto sia complesso trasformare un bisogno in una risposta concreta, tra vincoli normativi, risorse limitate e tempi amministrativi. Da cittadina si vede il problema; da amministratrice si vive anche il percorso per risolverlo. Detto questo, se devo essere sincera, dietro quella scrivania ci sono stata poco. Ho sempre sentito il dovere di stare molto di più tra le persone, nei quartieri, nei luoghi del disagio ma anche in quelli della quotidianità. Perché è lì che si capisce davvero cosa serve e come intervenire. Questa consapevolezza mi ha resa più paziente, ma anche più determinata: oggi so che ogni risultato, anche piccolo, è il frutto di un lavoro corale e spesso silenzioso. E so anche che un buon amministratore non può limitarsi a decidere, deve soprattutto ascoltare e condividere.
Se dovesse essere onesto con i suoi elettori, qual è l'area della sua delega dove sente di aver raccolto meno risultati di quanto sperasse? Cosa non ha funzionato e come cambierà strategia nel prossimo mandato?
Con onestà, credo che si potesse fare di più sul fronte della prevenzione del disagio giovanile. Abbiamo avviato percorsi importanti, ma non sempre siamo riusciti a intercettare tutti i bisogni in tempo. Non ha funzionato fino in fondo la capacità di fare rete in modo stabile tra istituzioni, scuola e territorio. Nel prossimo mandato sarà fondamentale rafforzare proprio questo: meno interventi emergenziali e più lavoro strutturale e continuativo.
Al di là dei grandi progetti finanziati dal PNRR o dalla Regione, qual è quella piccola 'impronta' quotidiana che lei ha lasciato in città e che vorrebbe che i salernitani ricordassero come il 'marchio di fabbrica' del suo modo di amministrare?
Al di là dei grandi progetti, mi piace pensare di aver lasciato un’impronta fatta di presenza. L’idea che un cittadino possa trovare un’amministrazione accessibile, che ascolta senza giudicare e che prova a dare risposte, anche quando non sono immediate. Se dovessi definirlo, direi che il mio “marchio” è la cura: quella quotidiana, discreta, che non fa rumore ma costruisce fiducia nel tempo.
Quella di Paola De Roberto è la narrazione di chi ha preferito la "passeggiata lenta" dell'ascolto alla corsa frenetica del consenso immediato. Dalle sue parole emerge una visione del welfare che non è semplice assistenza, ma costruzione di infrastrutture umane: hub, punti di comunità e reti di prossimità che mirano a restituire dignità ai quartieri e speranza alle nuove generazioni. La sua è una sfida lanciata alla burocrazia e, in parte, anche alla vecchia gestione del bisogno, puntando sulla trasparenza dei "no" necessari e sulla continuità dei percorsi di inclusione. Il bilancio che ne deriva è quello di un mandato vissuto con la consapevolezza che la salute di una città si misura dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. Resta ora da capire se la comunità salernitana saprà riconoscere il valore di questa "politica della presenza" discreta ma costante, premiando un approccio che mette la cura della persona davanti alla propaganda di facciata. "Il Termometro dell'Aula" non si ferma. La nostra bussola continua a muoversi tra i banchi di Palazzo di Città: chi sarà il prossimo protagonista pronto a mettersi a nudo e a raccontarci la sua idea di futuro per Salerno? Lo scopriremo molto presto.