Epatite A: casi in aumento tra Campania e Lazio, l’allarme non è finito

L’epatite A torna sotto i riflettori: l’aumento dei casi segnalati prima in Campania e poi in altre regioni, tra cui il Lazio, continua a destare preoccupazione tra gli esperti. Secondo il Dipartimento di Prevenzione della Asl Napoli 1 Centro, la diffusione del virus risulta dieci volte superiore alla media degli ultimi dieci anni e 41 volte superiore rispetto all’ultimo triennio.

Quando finirà l’allarme? “Si tratta di una malattia con periodo di incubazione che va da 15 a 50 giorni, quindi è possibile registrare ancora casi sporadici fino a circa 50 giorni dai primi contagi”, spiega a LaSalute di LaPresse Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

L’epatite A ha generalmente un decorso benigno e autolimitante, con forme spesso asintomatiche nei bambini. La trasmissione avviene per via oro-fecale: il virus è presente nelle feci 7-10 giorni prima dell’esordio dei sintomi e fino a una settimana dopo, mentre nel sangue solo per pochi giorni. Il contagio avviene principalmente per contatto diretto o attraverso il consumo di acqua o alimenti crudi contaminati.

In rari casi, soprattutto negli adulti sopra i 50 anni, la malattia può avere decorso grave o fulminante, con un tasso di mortalità che va dallo 0,1% allo 0,3%, fino all’1,8% negli anziani. I sintomi più comuni includono febbre, malessere, nausea, dolori addominali e ittero, accompagnati da valori elevati di transaminasi e bilirubina. Non esistono forme croniche della malattia: i pazienti guariscono completamente.

Tra i fattori di rischio principali, per i casi registrati dall’inizio del 2026, spiccano i molluschi crudi o poco cotti. “Raccomando di cuocere bene i frutti di mare e di prestare particolare attenzione all’igiene personale”, conclude Ciccozzi.