Giovedì Santo: i Salernitani e la porta del Duomo sbarrata

Accorsatissime le poche chiese aperte, per una serata che in altri anni salutava quella “riconciliazione” nei vicoli del Centro Storico per la visita ai cosiddetti “sepolcri” nelle chiese, lo struscio, gli incontri, l’ultima cena prima del periodo di penitenza. Lamentele anche da parte dei negozianti che in altri tempi restavano aperti, fino al termine dello sciamare della folla

      

La visita ai Sepolcri del Giovedì Santo è una tradizione cara ai Salernitani. Sull’imbrunire, le famiglie unite escono di casa per  questa lunga passeggiata nel nostro centro storico, una riconciliazione, con i tempi, i luoghi, i profumi di una città fatta a misura d’uomo. Altissimo è il significato cristiano di questo giorno, che in qualche momento sfugge a causa dei negozi aperti, del profumo di primavera, del voler forse già guardare oltre all’oscuro e dolente Venerdì Santo. Tre, cinque, sette, i numeri dei sepolcri da omaggiare, sempre in numero dispari. Personalmente mi è caro il numero sette, le sette madonne della Salerno longobarda, sette le spade dell’Addolorata. Ma basterebbe ricordare che, come raccontato nella Bibbia, Dio impiegò sette giorni per realizzare la Sua Creazione e che sette sono i giorni della settimana che lo ricordano all’Uomo, che sette sono le note musicali che producono l’Armonia, una parola di sette lettere, per intuire il carattere esoterico di questo numero.  Purtroppo, nel centro storico le chiese aperte sono solo cinque, con per di più, per il primo anno, il Duomo, la cattedra di Matteo, senza luce, paurosamente sbarrato. Il mio percorso è partito proprio dal Duomo e lì, sullo scalone una fila di persone che andava ad accertarsi che la grande porta fosse proprio chiusa, qualcuno proprio spingendola e facendo volare anche interrogativi e frasi poco felici. Pur con il foglietto al latere che spiegava le nuove regole dell’Unità Pastorale del centro storico, presieduta da Don Felice Moliterno, a tutti è sembrato incredibile che il Duomo, in una giornata così difficile e in un momento particolare per tutti - la Pasqua resta una festa di morte, per intuire la pietra del sepolcro aperta e la Resurrezione, è necessario compiere un percorso irto di ostacoli, che ha da stravolgere ogni àncora terrena – non accogliesse il fedele. L’ unico altare della reposizione del centro storico visitabile è stato Sant’Agostino, ove tutto è stato costruito sulla parabola delle dieci vergini, nel bel mezzo dell’esplosione dei profumi e dei colori della primavera. Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 4 le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora. Si è quindi, passati per San Pietro in Camerellis, chiesa straboccante di fedeli, con sull’altare tutti i simboli della Passione dai dadi alla lancia ai chiodi, oltre a quella corona di spine che incoronerà il Re dei giudei. Chiesa della SS.Annunziata e San Domenico nel solco della tradizione e del simbolismo della Pasqua, solo un bocciuolo di orchidea, per la cappellina della Marunnella ‘e Portauova, Santa Maria delle Grazie che invitava ad una lunga notte di veglia, riflessione e preghiera, mentre il messale era aperto alla pagina del Vangelo secondo Giovanni, 13,1-15.

Sono quattro gli elementi della creazione con i quali è costruito il cosmo dei Sacramenti: l’acqua, il pane di frumento, il vino e l’olio di oliva. L’acqua come elemento basilare e condizione fondamentale di ogni vita è il segno essenziale dell’atto in cui, nel Battesimo, si diventa cristiani, della nascita alla vita nuova. Mentre l’acqua è l’elemento vitale in genere e quindi rappresenta l’accesso comune di tutti alla nuova nascita da cristiani, gli altri tre elementi appartengono alla cultura dell’ambiente mediterraneo. Essi rimandano così al concreto ambiente storico in cui il cristianesimo si è sviluppato. Dio ha agito in un luogo ben determinato della terra, ha veramente fatto storia con gli uomini. Questi tre elementi, da una parte, sono doni del creato e, dall’altra, sono tuttavia anche indicazioni dei luoghi della storia di Dio con noi. Sono una sintesi tra creazione e storia: doni di Dio che ci collegano sempre con quei luoghi del mondo, nei quali Dio ha voluto agire con noi nel tempo della storia, diventare uno di noi. In questi tre elementi c’è di nuovo una graduazione. Il pane rinvia alla vita quotidiana. È il dono fondamentale della vita giorno per giorno, il vino rinvia alla festa, alla squisitezza del creato, in cui, al contempo, può esprimersi in modo particolare la gioia dei redenti, l’olio dell’ulivo ha un significato ampio: è nutrimento, è medicina, dà bellezza, allena per la lotta e dona vigore. I re e i sacerdoti vengono unti con olio, che così è segno di dignità e di responsabilità, come anche della forza che viene da Dio. Nel nostro nome “cristiani” è presente il mistero dell’olio. La parola “cristiani”, infatti, con cui i discepoli di Cristo vengono chiamati già all’inizio della Chiesa proveniente dai pagani, deriva dalla parola “Cristo” (cfr At 11,20-21) – traduzione greca della parola “Messia”, che significa “Unto”. Essere cristiani vuol dire: provenire da Cristo, appartenere a Cristo, all’Unto di Dio, a Colui al quale Dio ha donato la regalità e il sacerdozio. Significa appartenere a Colui che Dio stesso ha unto – non con un olio materiale, ma con Colui che è rappresentato dall’olio: con il suo Santo Spirito. L’olio di oliva è così in modo del tutto particolare simbolo della compenetrazione dell’Uomo Gesù da parte dello Spirito Santo. Infine, rimanda all’Orto degli Ulivi, in cui Gesù ha accettato interiormente la sua Passione. Nessuno allestitore ha omesso di esporre ai piedi dell’altare i germogli di grano cresciuti nell’oscurità. L’artista ha pensato la Pasqua ispirandosi al concetto fecondità-vita-desiderio del luogo felice, che risiede nel giardino: la sua idea rivela contenuti vitali che esprimono desideri e speranze maturati all’interno, nell’eterno spazio femminino, che riportano alla mente i “Giardini di Adone”. Nell’antica Grecia i sacerdoti mettevano in scena il matrimonio del dio con la Dea Madre, che veniva accompagnato dalle celebrazioni della cittadinanza; in particolare erano le donne che erano molto legate al suo culto, ed erano loro le “interpreti” più importanti del rituale. Veniva quindi rappresentata la morte del dio, a cui seguivano i lamenti e i pianti delle donne, le quali realizzavano i famosi “giardini di Adone”, vasi pieni di germogli di cereali e ortaggi che crescevano e appassivano molto velocemente, simboleggiando la vita del dio. Le donne piangevano la morte di Adone tenendo in mano i vasi di piante appassite; per permettere la resurrezione del dio, i vasi venivano quindi rovesciati nei fiumi e nelle sorgenti: abolendo o superando l’apparente realtà delle cose, se ne ricava un’altra sua propria, in cui l’irrealtà suprema diventa per ciò stesso il mistico suggello della suprema realtà. I piccoli vasi divengono, così simbolo di kepos o paradeisos di inesplorate delizie: una visione – che ritroviamo nel Cantico dei Cantici IV 13 – dove una prima discreta penombra, già rotta da qualche vago bagliore, non è che il breve gaudioso vestibolo, da cui miracolosamente si passa ad una serena temperie di terra e di cielo, a un’oasi di verde e di luce, che si adorna dei fiori più belli e si insapora dei frutti più dolci, il riso, il latte, il grano, l’essenza di arancio, le uova, l’ultima neve di marzo, lo “spirare” della raganella,  per andare oltre il Venerdì Santo, con le sue tristi ombre, il perpetuo crepuscolo.

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