Storia di Andor, un ragazzo ebreo ungherese che nel 1957 scopre di non essere figlio del padre scomparso (probabilmente morto in un lager), ma di un altro uomo, che torna a casa dalla madre e che cerca in tutti i modi di stabilire un legame con il figlio ritrovato. Solo che Andor lo detesta come se fosse un patrigno e non riesce ad accettarlo.
La premessa è meglio del risultato: la narrazione procede a passo di elefante così come lo sviluppo dei personaggi. È chiaro il tema della ricerca del padre come ricerca di identità in un contesto in cui la dipendenza dai padri è disfunzionale, e basta poco per estendere il discorso al rapporto tra Ungheria e URSS, visto anche l’anno di ambientazione. Solo che il ritmo è inutilmente lento e i 132 minuti di durata sono immotivati. Si riprende nel finale, giusto per quel poco di tensione che si crea. L’unica nota veramente positiva è il comparto tecnico ed estetico, ricco di colori e ambizioso nella ricostruzione storica, ma non basta.
Venezia 82. Recensione di "Orphan" di László Nemes
- di Francesco Maria Effuso
- Io C'ero
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