PianoStop nel segno di Elisabetta Schumann

Stasera, alle ore 18,30, negli spazi della Pinacoteca provinciale, ultima giornata della tre giorni pianistica dedicata ai tre grandi compositori Robert Schumann, Clara Wieck e Johannes Brahms, inaugurata da un videomessaggio della pronipote del genio di Zwickau. 

 

Serata finale per la VI edizione di PianoStop, dedicata a Robert Schumann, Clara Wieck e Johannes Brahms, un progetto ideato da Tiziana Silvestri e realizzato dall’intero magistero pianistico del Conservatorio “Giuseppe Martucci”, guidato da Fulvio Artiano, composto dai Maestri Dario Candela, Costantino Catena, Salvatore Giannella, Pasquale Orazzo, Marzia Tramma e Massimo Trotta, con la collaborazione degli studenti dei corsi di Discipline storiche, critiche e analitiche della musica e dei Tecnici del suono e musica elettronica, coordinati da Nunzia De Falco e Stefano Silvestri. La tre giorni aveva avuto la benedizione di Elisabetta Schumann, pronipote di Robert e Clara, la quale, in un videomessaggio, ringraziava per aver acceso i riflettori proprio sulla Wieck, schiacciata dai due colossi Schumann e Brahms, musici e critici, i quali, però sottoponevano al suo severo giudizio, ogni loro idea musicale. La serata finale che inizierà alle ore 18,30 negli spazi della pinacoteca Provinciale, sarà aperta da una conversazione impossibile, con i tre personaggi, curata da Imma battista e interpretata da Valentina Lo Surdo e Corrado Greco. Quindi Lorenzo Villani eseguirà quattro tra i Phantasiestücke op.12, composti nell’estate del 1837 da Robert Schumann.  La raccolta si apre con una pagina delicatissima e dalle morbide sonorità (A sera) in cui si respira un'aria di notturna poesia romantica tra modulazioni di affettuosa dolcezza espressiva. Il successivo Aufschwung dal ritmo dinamico e incisivo, è carico di travolgente eccitazione psicologica. Con il terzo brano (Warum) si torna a quello stato di abbandono e di malinconia che è tipico del musicista quando avverte le difficoltà provenienti dall'impatto con la realtà. Più movimentato e tormentato il gioco delle modulazioni in Grillen, dove luci ed ombre si alternano fra di loro. Francesco Navelli ci calerà in quell’oasi lirica brahmsiana datata 1892 della raccolta di Klavierstücke op. 119, che riprende il bipolarismo tra disperazione drammatica e contemplazione religiosa delle raccolte precedenti. Di tanto in tanto si avverte ancora qualche retaggio dell’eccitazione giovanile nella Rapsodia, ma a dominare è il clima intimo e umbratile con le riflessioni a tu per tu con il pianoforte, nelle quali si avverte tutto il decadentismo fascinoso di un’epoca che sapeva di essere sopravvissuta a se stessa. Seguiranno gli Studi sinfonici, op.13 di Robert Schumann, proposti da Gianluca Buonocore. Negli Studi sinfonici Schumann adottò in larga misura disposizioni dell’evento sonoro tipiche dell’orchestra, e poi dell’organo (Studio n. 8), ed infine… del pianoforte (Studio n. 11): il nuovo pianoforte, in altre parole, poteva fare ciò che faceva l’orchestra, ma poteva anche andar oltre l’orchestra, scoprendo un nuovo territorio di sovrapposizioni di sonorità limpide e di macchie sonore indistinte, tanto che lo Studio n. 11 viene visto da qualcuno come lontana premonizione di Ondine di Ravel. Per ottenere ciò diventava essenziale la tonalità, cioè l’uso di tutti i tasti neri con una particolare posizione della mano che favorisce il controllo capillare della discesa del tasto. Schumann, non-pianista, si affiancava così ai pianisti Chopin e Liszt, che in quegli anni stavano sviluppando una tecnica del suono pianistico innovativa, anzi, rivoluzionaria. La dolorosa e statica bellezza del semplice tema comincia ad animarsi già nella Prima Variazione (Un poco più vivo), mentre già dalla Seconda Variazione, al di sotto di un canto intenso e appassionato, la scrittura pianistica si fa sempre più densa e complessa per alleggerirsi poi all’improvviso nel luminoso virtuosismo del Terzo Studio; la figura discendente del tema viene ripresa a canone nei secchi accordi della Terza Variazione che sfocia direttamente nella Quarta (Scherzando), anch’essa costruita su accordi che introducono però un’atmosfera più leggera, contraddetta ancora una volta dall’esplosione virtuosistica della Quinta Variazione (Agitato).Questa alternanza, talvolta perfino violenta, di atmosfere diverse continua anche nelle Variazioni seguenti, con lo slancio virtuosistico e appassionato della Sesta Variazione, del Nono Studio e dell’Ottava Variazione e le parentesi intensissime della Settima e, soprattutto della Nona Variazione, vertice sommo di intensità espressiva, raffinatezza di scrittura, ricerca timbrica. Spentasi in lontananza l’eco di quest’ultima, straordinaria Variazione, esplode con un contrasto tanto più amplificato il Finale (Allegro brillante), un ampio e sonoro rondò di quasi duecento battute. Gianfranco Frisone si cimenterà, invece con il Carnaval op.9 di Robert Schumann Robert Schumann del Carnaval, Scenes mignonnes sur quatre notes op.9, composto tra il 1834 e il 1837. In Carnaval, un fatto eminentemente musicale e in certa misura soprattutto tecnico, l’impiego del principio della variazione, inteso come trascolorare, anche dal punto di vista dell’espressione e dello stile, di una sostanza unica, capace di generare gli esiti più imprevedibili, veniva a coincidere con la citazione di uno dei temi principali del Romanticismo, quello della maschera, del travestimento, della molteplice scissione della personalità in aspetti radicalmente diversi, e che Schumann aveva mutato da scrittori come Jean-Paul e E.T.A. Hoffmann. Vittorio Bonanno riprenderà con l’Arabeske composto nel 1839 da Robert Schumann, una delle rare concessioni – e forse la più riuscita – di Schumann a regole formali prestabilite: si tratta infatti di un rondò, con tre enunciazioni del refrain intercalate da due episodi in modo minore (di cui il secondo si riduce a poche battute) e seguite da una coda, che sembra richiudersi in se stessa per ripensare in un’aura di superiore poesia quanto appena ascoltato, innalzandosi ai livelli più alti dell’arte schumanniana, per poi continuare con la Toccata op.7 in Do Maggiore, tecnicistica e brillante, dove la fantasia è trattenuta nella felicità del gioco contrappuntistico. Finale affidato a Davide Cesarano, che chiuderà con il Robert Schumann della Sonata op.22 n°2 in Sol Minore. Questa sonata è forse quella dotata della struttura più definita ed identificabile. Nonostante questi chiari confini, tuttavia, non mancano occasioni di ambiguità per l’interprete: molto si è scritto, ad esempio, sulle umoristiche indicazioni di tempo del primo movimento, in cui al pianista viene chiesto, nell’ordine, di suonare “so rasch wie möglich” (il più veloce possibile), poi, nella Coda, poi “Schneller” (più veloce), e nelle battute finali “Noch Schneller” (ancora più veloce). Ma queste bizzarre notazioni sono al servizio di un materiale musicale cristallino. L’Andantino successivo può essere annoverato tra le più riuscite composizioni del genere mai scritte da Schumann, seguito da uno Scherzo molto compatto e dall’accettuata ritmicità, che però nel Trio recupera le sincopi già ascoltate nel secondo tema del primo movimento.

Il finale della Sonata ebbe una genesi travagliata. Sia Schumann che Clara Wieck (non ancora sua moglie) trovarono il primo brano composto allo scopo insoddisfacente ed eccessivamente complesso. Nel 1838 fu dunque creato un nuovo finale, più proporzionato e migliorato dal punto di vista della coerenza con il resto dell’opera. Si tratta di un brano scritto in forma di “rondò-sonata”, che, oltre a richiamare in più occasioni il primo movimento, presenta un tema secondario indicato “etwas langsamer” e caratterizzato da diversi ritardando interni.

 

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