Venezia 82. Recensione di "Jay Kelly" di Noah Baumbach

Il titolo è il nome del protagonista, un divo del cinema noto in tutto il mondo e riconosciuto ovunque, che accetta di ritirare un premio in un piccolo festival toscano in cui cercherà di riunire la famiglia e di fare un bilancio esistenziale. Il piano sequenza iniziale sembra venire da un film di Robert Altman, mentre la storia, sia per trama che per struttura, ricalca “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman. Noah Baumbach riesce ad adattare tutti questi riferimenti illustri al sistema americano, sia divistico che produttivo. Perché il film è di Netflix e il protagonista è George Clooney, e guardandolo ci si rende conto che serviva un personaggio del suo calibro per far funzionare il tutto. Su questo, l’operazione può dirsi riuscita. Tocca vedere se sarà lo stesso per una eventuale, ma molto probabile, campagna Oscar per Clooney. O per il co-protagonista Adam Sandler. 
Al di là di questo, il film funziona. Racconta disagi familiari senza eccessi e senza essere patetico, così come riesce a trasmettere l’idea che personaggi di un certo calibro siano in realtà delle piccole aziende amministrate da altri. Solo che è l’elemento umano a fare la differenza. I difetti non mancano, come l’eccessiva indulgenza verso il protagonista, che sembra sempre giustificato, oppure la rappresentazione stereotipata dell’Italia, un vizio che nel cinema americano è duro a morire. Però riesce ad emozionare il giusto.